Home Arte & Cultura Giacomo Leopardi: la vita difficile e piena di dolore del genio che è riuscito ad andare oltre ‘L’Infinito’

Giacomo Leopardi: la vita difficile e piena di dolore del genio che è riuscito ad andare oltre ‘L’Infinito’

by Redazione

Bullizzato da piccolo, infelice da adolescente e da uomo, nel 223esimo anniversario della sua nascita ricordiamo  il poeta più importante dell’Ottocento, con la sua poesia che invitava gli uomini alla solidarietà e che è diventata immortale.

Il 29 giugno 1798 nasceva nel palazzo Leopardi a Recanati Giacomo, primo figlio del conte Monaldo. Il bambino vive un’infanzia infelice, segnata dalla durezza della madre Adelaide Antici, preoccupata soprattutto del bilancio familiare, mentre il padre, nobile decaduto, investe il denaro in una ricca biblioteca. Qui il giovane Giacomo si forma, affidato a precettori casalinghi provenienti dal mondo ecclesiastico.

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Sono gli anni “dello studio matto e disperatissimo”, che gli forniscono una cultura eccezionale, ma minano il suo corpo facendogli rischiare la cecità e procurandogli una gobba, davanti e dietro.

A Recanati il ragazzo è continuo oggetto di scherno, e lo sa; lui si sente estraneo a quel paese, che definisce “natio borgo selvaggio”, e a quel mondo, per giunta a lui ostile, e nel 1819 medita la fuga , ma viene scoperto dal padre ed in un momento di disperazione racconta in una lettera alla sorella di aver meditato il suicidio.

L’idillio “L’infinito”

E’ del 1819, questo anno terribile per Giacomo, il suo primo, grande capolavoro: l’idillio “L’infinito”.

Qui il poeta ci racconta che era sua abitudine, nei non rari momenti di sconforto, rifugiarsi sul monte Tabor, un colle non lontano dalla dimora dei Leopardi. Lì una siepe,come una “barriera”, impediva al suo sguardo di vedere oltre e lasciava libero spazio alla sua immaginazione: il poeta con la fantasia vaga nell’infinita’ dello spazio e del tempo e ci dice:

“Il naufragar m’è dolce in questo mare”.

Nel 1822 Giacomo riesce finalmente ad andarsene da Recanati, va a Roma, ma la città lo delude per la sua arida erudizione: unico momento consolatorio è la visita alla tomba di Torquato Tasso, poeta dall’animo sofferente, che Giacomo sente molto vicino a sè.

“Le Operette morali”

Deluso torna a Recanati e scrive ancora, ma non più in versi , in prosa: compone le “Operette morali”,che pubblicherà nel 1827 a Milano. Si tratta di dialoghi filosofici in cui diversi personaggi descrivono la disperata condizione dell’esistenza umana: la vita dell’uomo è segnata dal dolore e un momento di piacere è solo apparente ed illusorio , perchè è soltanto la pausa tra due dolori.

“A Silvia”

Nel 1828 a Firenze scrive la canzone libera “A Silvia”, dedicata a Teresa Fattorini, la figlia del cocchiere di casa Leopardi, morta giovane per tisi. Qui Silvia diventa il simbolo della giovinezza,    delle attese e delle speranze che la vita promette, ma che poi non mantiene: tutte le speranze sono destinate a cadere “all’apparir del vero”, dell’arida verità dell’esistere.

Giacomo Leopardi nel 1831 pubblica la prima edizione in cui raccoglie tutte le sue poesie, a cui dà il titolo di “Canti”, perchè esse sono il “canto ” lirico del suo cuore.

Il suo testamento spirituale: ‘La Ginestra’

Nel 1833 il poeta è a Napoli con l’amico Antonio Ranieri: qui spera che il clima sia a lui più favorevole, ma le sue condizioni di salute peggiorano progressivamente.

A Napoli, pochi mesi prima di morire, affida alla sua ultima grande opera “La ginestra o il fiore del deserto” il suo testamento spirituale: gli ultimi versi si racconta siano stati raccolti e trascritti dall’amico Ranieri, quando Giacomo ormai non poteva più scrivere. Qui il poeta invita gli uomini a prendere atto del destino di infelicità, che la Natura matrigna ha stabilito per loro, fin dalla nascita.

La vera nemica dell’uomo è la Natura, simbolicamente rappresentata dalla forza sterminatrice del vulcano Vesuvio. Agli uomini non resta altro che unirsi “in una social catena” contro la comune nemica .

Questo l’invito che giunge dal grande poeta: gli uomini si uniscano in un comune abbraccio fraterno di solidarietà reciproca.

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