Home SpettacoliCinema “Volevo nascondermi” di Giorgio Diritti: un trionfo alla premiazione dei David di Donatello 2021

“Volevo nascondermi” di Giorgio Diritti: un trionfo alla premiazione dei David di Donatello 2021

by Redazione

La pellicola che ieri sera ha fatto incetta di premi David  ricostruisce la vita del pittore Antonio Ligabue, reietto ed  escluso dalla vita della comunità, bisognoso d’amore, ma respinto dalla società degli uomini.

La 66esima cerimonia di premiazione dei David di Donatello, la  prestigiosa manifestazione che incorona il meglio della cinematografia italiana, condotta da Carlo Conti e trasmessa ieri sera in diretta su Rai 1 ha visto un vero e proprio trionfo del film “Volevo nascondermi” del regista Giorgio Diritti, dedicato alla vita del pittore Antonio Ligabue. Elio Germano, che interpreta Ligabue, ruolo che gli era già valso un Orso d’Argento allo scorso Festival di Berlino, ha vinto ieri il quarto David della sua carriera.

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Il film, in tutto, si è portato a casa ben sette premi: miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista, miglior fotografia, miglior scenografia, migliori acconciature e miglior suono.

Trama

Il film è di genere biografico, ricostruisce la vita di Ligabue , a cominciare dall’infanzia: nato in Svizzera da una famiglia italiana che non può prendersi cura di lui, viene dato in affido a diverse famiglie, subisce soprusi e violenze, non è accettato nè tantomeno amato e viene affidato ad un istituto per ragazzi affetti da disagi mentali. A vent’anni viene espulso dalla Svizzera e si ritrova nella cittadina romagnola di Gualtieri, dove verrà conosciuto come “El Tudesc”, per la lingua che usava. In Italia non imparerà mai del tutto la lingua e sarà cacciato dagli abitanti del paese, costretto a rifugiarsi in una baracca nel bosco, fino all’incontro con lo scultore Renato Marino Mazzacurati, che scoprirà il suo estro e le sue capacità artistiche.

Il disadattato e la comunità’

La comunità espelle il disadattato, lo mette in disparte, lo esclude e non c’è possibilità di riscatto o di integrazione: Ligabue , escluso dalla vita della comunità, si immedesima nel mondo animale e nella sua pittura troviamo come soggetti ricorrenti tigri inferocite, aquile che, feroci, calano sulle loro prede, cavalli imbizzarriti che si ribellano.

In manicomio il pittore dice: “Non sono una bestia”.

Eppure il suo percorso artistico passa attraverso l’immedesimazione totale nelle bestie che ritrae, in cui emerge la rabbia repressa per il ruolo di reietto che la comunità gli ha attribuito. Agli innumerevoli dipinti di animali alterna autoritratti, che vogliono lasciare un’impronta di sé nel mondo che lo ignora.

Anche l’amore è negato ad uno come lui: il tenero amore verso Cesarina, una sua compaesana, rimarrà un desiderio irrealizzabile.

La scenografia e la colonna sonora

Le sapienti scenografie ci fanno immergere nell’Emilia Romagna del tempo, abbracciando con grande realismo gli ambienti e gli spazi, che il regista ben conosce: i grandi casolari di campagna, le aie gremite di bambini che osservano con occhi stupefatti questo “bambino vecchio” che li fa ridere imitando un tacchino o creando con la creta sculture di animali.

Solo gli animali e i bambini sanno accettare quest’uomo selvaggio ma inoffensivo, che nel corpo e nel volto porta i segni della malattia mentale e dei patimenti fisici, bisognoso d’amore , ma respinto dalla società degli uomini.

Solo l’arte gli può dare sollievo.

La colonna sonora è un pezzo di forza del film, capace di sottolineare gli sprazzi di vita del grande pittore, il suo anelito, mai venuto meno, all’amore e alla libertà.

Il film parte dal corpo di Ligabue, che si copre, si nasconde sotto ad un mantello, una corazza per difendersi dal mondo: al centro un buco attraverso il quale si vede soltanto il suo occhio che guarda, tra timore e curiosità, quello che gli sta intorno.

E’ lo sguardo di un eterno fanciullo, che fa fatica ad esprimersi, non conosce bene la lingua che usano tutti, il suo linguaggio è un misto di ricordi della lingua tedesca usata in Svizzera e storpiature della lingua padana usata in Emilia-Romagna, reso in maniera magistrale da un eccezionale attore, Lelio Germano.

Per fortuna, come afferma Ligabue “i quadri si vedono, non c’è bisogno di parlare”, per fortuna c’è la tavolozza e lì Toni, come lo chiamano in paese, può esprimere il meglio di sé: l’arte diventa strumento indispensabile per sfuggire ad un’esistenza marchiata dai disturbi mentali e dalla derisione generale.

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Il regista Giorgio Diritti ha saputo penetrare con grande finezza interpretativa in questo universo esistenziale, ne preserva la dignità, lo sa abbracciare con tenerezza ed umana partecipazione.

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